L’economia percepita, di Roberto Basso e Dino Pesole (Donzelli), 2019

Al Circolo dei Lettori di Torino presentazione di L’economia percepita di Roberto Basso e Dino Pesole (Donzelli) (ore 18). Andrea Di Consoli su Il Sole 24 Ore: «Molti parlano di “rivolta contro le élite”; più probabilmente quella in atto è una rivolta contro la complessità. Nell’arco di pochi anni – con l’elezione di Trump, la Brexit, l’affermarsi in ogni dove di leader populisti e neo-nazionalisti, anche in Italia – le democrazie liberali, che hanno avallato una governance mondiale fondata sul libero scambio di merci, persone, saperi e diritti (un processo progressista difficile e nient’affatto esentato da errori, ostacoli e ingiustizie), sono state duramente colpite da processi anti-politici che hanno dato voce a un malessere “popolare” largo e diffuso. Leggendo però un libro cruciale come L’economia percepita di Roberto Basso e Dino Pesole si capisce chiaramente che questo malessere, benché reale, scaturisca da un’analisi superficiale delle dinamiche sociali ed economiche in atto. Si parta dai dati, base “scientifica” di ogni analisi del presente. Essi, per quanto i parametri di riferimento possano essere insufficienti e non esaustivi, ci dicono due cose: che quasi sempre vengono letti e distorti per scopi di parte (sia dagli “integrati”, sia dagli “apocalittici”), e che in linea di massima vengono surclassati, anche se verificabili (il saggio in questione è felicemente popperiano), dalle emozioni, dagli umori, ovvero dalle percezioni. A nulla servirà dimostrare che questa terza globalizzazione ha quasi debellato la fame nel mondo, che l’Europa ha rappresentato uno straordinario fattore di unità civile, di coesione e di crescita economica, che in Italia, dopo la drammatica crisi finanziaria del 2008, si era positivamente invertita la rotta con un abbassamento del deficit e un aumento del Pil, che i furti e gli omicidi sono diminuiti, che il numero degli immigrati è assolutamente fisiologico, ecc. A nulla servirà, si diceva, perché nell’èra della post-politica a contare non sono i fatti, ma le percezioni. L’aspetto più interessante de L’economia percepita è che dimostra che il motore emotivo del nostro tempo è il sistema mediatico, che, di fatto, determina l’orientamento psicologico delle masse. L’affermarsi di una comunicazione orizzontale (altra illusione pre-politica dell’anti-politica, poiché dietro all’apparente orizzontalità dell’attuale sistema della comunicazione vi sono sempre grandi broadcaster) ha disarcionato ogni organo intermedio, motivo per cui, nella grande giungla dell’informazione virale, sono emersi quei contenuti più immediatamente suggestivi che hanno spianato la strada ai populismi, ovvero a tutti quei movimenti politici che stanno rispondendo con risposte facili a domande difficili. […] Nessuna proposta giornalistica e politica riformista e concreta, fondata su dati di fatto e ragionamenti ponderati, viene attualmente accettata, poiché il sapere viene immediatamente associato al sapere delle élite (chi sa è, automaticamente, un nemico del popolo)» (leggi qui un estratto).

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