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Senza il suo coraggio, con tutti i limiti e gli errori, la sinistra si sarebbe dissolta, tra la burocratica e cinica amministrazione dell’esistente e la vanitosa e vacua testimonianza, o sarebbe finita a destra. E oggi non ci sarebbe il Partito democratico perno di una coalizione di centro-sinistra tutta da costruire
«L’autentica prigionia che è la vita di un leader minaccia di mutarsi in un ergastolo», scrisse Michele Serra sull’Unità all’indomani delle sue dimissioni da segretario del Pds, il 14 giugno 1994. «Ieri me lo sono visto, come in certi film americani, con il vestito a righe e la lima in mano che corre verso il confine del Messico. L’ho immaginato che si gira, un’ultima volta, per dare un’occhiata al suo paese e alla sua vita e poi scompare verso il polveroso orizzonte mentre scendono i titoli di testa. Vorrei una particina minore nel film di Achille l’evaso per offrirgli, in un baretto dalle parti di Tijuana, un doppio rhum. Alla salute, compañero. Alla tua salute».
Achille Occhetto compie novant’anni, è nato a Torino il 3 marzo 1936, è sfuggito alla tentazione del potere, è sempre rimasto un’intelligenza libera. Conversare di politica con lui nella sua casa, la pipa accesa, la foto con Ho Chi Min alla parete, significa scorrere un secolo, o quasi, di passione politica. La sua biografia attraversa il cattolicesimo di Felice Balbo, l’azionismo, gli incontri con Cesare Pavese, il Pci e i movimenti, «sono parte integrante della storia, i processi che nascono indipendentemente dalle centrali politiche e partitiche», disse a Walter Veltroni che lo intervistava (A dieci anni dal ‘68, Editori Riuniti).
La Rivoluzione francese, di cui il Pci era figlio, disse all’inizio del 1989 sull’Espresso, «abbiamo ancora davanti il compito di realizzare davvero un’integrazione compiuta tra libertà e uguaglianza», scatenò un putiferio. Mancavano ancora dieci mesi alla caduta del muro di Berlino e al cambio del nome e del simbolo del Pci, la svolta apparve avventata, improvvisata, priva di elaborazione culturale, tuonarono i chierici della conservazione. Invece aveva radici antiche, profonde e popolari.
Un nuovo partito per la sinistra
Un nuovo partito per la sinistra, si intitolava la relazione di Occhetto al comitato centrale del Pci del 24 novembre 1989: «Ci troviamo dinnanzi a un nuovo inizio, che non è dispersione né flagellazione. Un nuovo inizio per far vivere il meglio della nostra tradizione… Si può così aprire la strada a una vera e propria costituente, un processo alla cui fine vi sia una cosa nuova e un nome nuovo».
Nel 1990, nel catino del Palasport di Bologna interamente rosso, per chiudere l’ultima relazione da segretario del Pci fondato a Livorno nel 1921, scelse i versi dell’Ulisse del poeta inglese ottocentesco Alfred Tennyson: «Venite amici/ che non è mai troppo tardi per scoprire un nuovo mondo./ Io vi propongo di andare più in là dell’orizzonte conosciuto./E se anche non abbiamo la forza/ che in tempi lontani mosse il cielo e la terra / siamo ancora gli stessi, unica eroica tempra di eroici cuori./ Indeboliti forse dal fato, /ma con ancora la voglia di combattere, di cercare, di trovare, /e di non cedere…».

«Occhetto, l’uomo dell’Azzardo, sembra parlare più alla società italiana che allo stato maggiore delle Botteghe Oscure. È un cambiamento sconvolgente che Occhetto, temiamo, dovrà pagare caro», scrisse Giampaolo Pansa su Repubblica.
Non era un azzardo
Non era un azzardo, ma lo pagò carissimo, con il calvario organizzato da chi costruì sui giornali la sua immagine di fool e gli fece mancare il quorum alla prima elezione da segretario del Pds. Quel trattamento che ha fatto di Occhetto il primo di una (non lunga) catena di leader di sinistra dileggiati dal circuito autoreferenziale spin-retroscenisti-commentatori e amati dal popolo.
Occhetto può oggi rivendicare una battaglia che continua, come fa nel libro appena pubblicato (Oltre il baratro. Ripensare la sinistra e la democrazia, Passigli): «Il futuro esiste soltanto come il movimento reale per cambiare e foggiare il presente». È la «magnifica avventura», come la chiamò Norberto Bobbio nel 1991: «La creazione di una nuova sinistra, oggi, nel deserto di idee della politica quotidiana è una magnifica avventura». Senza il suo coraggio, con tutti i limiti e gli errori, la sinistra si sarebbe dissolta, tra la burocratica e cinica amministrazione dell’esistente e la vanitosa e vacua testimonianza, o sarebbe finita a destra. E oggi non ci sarebbe il Partito democratico perno di una coalizione di centro-sinistra tutta da costruire.
Oggi la costruzione di una nuova sinistra è l’impresa da compiere per la leadership attuale. Per Occhetto resta una magnifica avventura. Non è mai rimasto prigioniero delle incompresioni degli altri e neppure di se stesso. Nonostante i rimpianti e i dolori, ha sempre coltivato la voglia di combattere, di cercare, di trovare, e di non cedere. Alla salute, Occhetto, alla tua salute.
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